Il piccolo campo di Cenaia conteneva tante persone. La parte locale era dirottata sull’argine, il popolo biancorosso soggiornava nel settore opposto vale a dire nell’altrettanto striminzita tribuna coperta. Spazi ristretti, gomito a gomito, un pizzico di adattabilità e il gioco era fatto. Quello che traboccava dai confini del terreno era la voce del Grifone. Impossibile contenerla, le dogane erano immediatamente travolte, l’eco si sparpagliava nella compagna. Chi scrive era immerso nel ciclone. Cento minuti di bolgia col tamburo impazzito, le urla, le grida, le canzoni e i battiti di mano mai in diminuzione. Decibel uniformi, picchi assassini dei timpani, salite, discese, autostrade di parole, ugole incandescenti, gole tipo carta vetrata. Mai una sosta. Mai un riposo. Sempre un sorriso a contornare quei momenti di vita mentre l’uccellaccio svolazzava in mezzo all’erba con il suo abito bianco. Il riposo era l’oasi di pace, perfino i passerotti restavano in silenzio e la campagna intorno riprendeva colore. Le orecchie avrebbero voluto andare lontano. Il Grifone vinceva e niente altro poteva lenire le gole infiammate. Come le squadre si sono ripresentate l’onda d’urto ha ripreso a viaggiare su Cenaia e dintorni. L’insensibile tamburo ha ripreso a lavorare, le bocche si sono spalancate di nuovo e le porte sono sparite immediatamente dalla visuale insieme alla partita. Visi coloriti, schiene nude, tatuaggi al limite della comprensività sono ripartiti nel vortice del tifo sonoro. Il Grifone soffriva, il calore della tribuna aumentava i gradi. Un fuorigioco assolutamente inesistente ha alimentato le fiamme, l’assistente ne ha avvertito la presenza e il vocabolario allegato, il tamburo ha triplicato la carica. Comunque sia il triplice fischio è giunto alle orecchie a brandelli, il Grifo era rimasto aggrappato alla rete di Andreotti, era capolista. L’orchestra ha rimesso a posto gli strumenti, piegato gli striscioni, ricapitolato i guasti in gola, ha raccolto le ugole da terra, si è rimesso in viaggio. Guardandoli camminare si è potuto vedere l’orgoglio e la gioia diffusa sui visi. L’otorinolaringoiatra può attendere.

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