Rispondendo alla domanda sul segreto azzurro nella conquista della coppa del mondo 2006 in Germania, Lippi non ebbe nessuna indecisione: “Angelo Peruzzi”. Era il nome di un giocatore mai entrato in campo, insieme a Amelia. L’ex ct poi spiegò: “Peruzzi è stato umanamente eccezionale, un uomo capace di dare quotidianamente spinta e forza ai compagni che giocavano”. L’esempio è perfetto e illumina l’intimo senso dei giochi di squadra. Stare in panchina non è una vergogna, nemmeno uno sminuire le singole capacità tecniche dei giocatori, neppure una punizione. Si tratta di scelte. L’allenatore le deve fare equilibrando ogni aspetto della rosa a disposizione, sommando il lavoro giornaliero, pesando anche le inezie, che possono essere una occhiata, una parola, un comportamento, un sospiro. Un intrigo non facile da gestire. A supporto del tecnico ci deve essere una società in grado di garantire serenità allo spogliatoio. Altro impegno arduo ma indispensabile per non offrire il fianco a facili alibi e polemiche. Chi si siede in panchina ha le stesse responsabilità di chi va in campo, gli stessi diritti, le stesse mete. E’ il gruppo che vince, sempre. Mai l’inverso. Oppure, per risolvere alla fonte ogni tipo di problema, occorrono rose di undici persone.