Poi, prendendomi completamente alla sprovvista, è arrivato il triplice fischio.
Non c’è stata quella gioia rabbiosa e quel boato come qualche settimana fa al gol di Villani.
Quel giorno tutto era stato così inaspettato e intenso come una violenta e improvvisa folata di vento che ti colpisce in pieno petto.
No.
Ieri c’era consapevolezza e gioia.
Tutto, sicuramente, era già stato immaginato, da tutti, nei giorni e nelle ore che lo avevano preceduto.
Anche l’invasione di campo non è stata un’ onda d’urto ma una marea dolce che invadeva il campo.
Non sono sceso.
Sono restato solo, seduto su quei gradoni che solo qualche secondo prima erano gremiti dalla gente di Maremma.
Gradoni che portavano le tracce del passaggio del popolo biancorosso.
Gradoni che tutte le volte che si svuotano mi lasciano sempre addosso un velo di malinconia piacevole.
Uno dei tanti inspiegabili meravigliosi ossimori del calcio.
Poi ho alzato la sguardo al campo dove si stava consumando l’abbraccio della gente alla sua squadra e quello della squadra alla sua gente.
Qualcuno mi chiama e mi invita a scendere.
Ma sono in un posto privilegiato.
Vedo tutto e vedo tutti e poi c’è silenzio attorno a me.
Mi serve.
Ho bisogno di fotografare, ho bisogno di imprimere.
Ho bisogno di infilare sotto pelle.
Poi vedo prendere Simone, lo tirano su e lo iniziano a lanciare in aria, lui è schivo, è allergico ai riflettori, ma accetta di buon grado.
Ed è giusto così.
Prenditelo tutto questo momento, seppur breve, poche volte ho visto persone meritarselo quanto te lo sei meritato tu.
Mi scende una lacrima.
Non la trattengo.
Consideralo il mio personale tributo a te.
Tanto se non te lo scrivevo non te lo avrei detto mai.

Il Grosseto è vivo ed i suoi vessilli sventolano ancora.
Hai mantenuto la promessa fattami quattro anni fa.
Grazie amico mio.

Posso anche alzarmi adesso.
Raggiungo i miei amici.
E che delirio sia.

T&GO