Dentro il tunnel di tre uomini

Ci sono momenti nei quali le certezze dei risultati ottenuti nel passato, non riescono a indicarti il percorso per il futuro, e tutto diventa avvolto da una nebbia densa; non è paura e nemmeno la sensazione di esserti perso, è solo uno di quei momenti in cui sei consapevole di doverti rimettere in gioco per l’ennesima volta. Giannini, Zanetti e Camilli, tre uomini diversi, accumunati dall’aver vinto molte delle sfide che la vita gli ha proposto, tre uomini avvolti nella stessa nebbia dell’assurdo.
Il Principe è arrivato a Grosseto scommettendo su se stesso, in una partita rischiosa come può solo esserlo la panchina biancorossa, molti falliscono, ma chi in un modo o nell’altro riesce, magicamente arriva nell’olimpo del calcio. Ha sostituito un uomo che ha perso la sua stessa sfida, per un soffio del destino a deviare il pallone dalla parte sbagliata, per un orologio dalle lancette troppo lente. Il malato da curare non era moribondo, anzi forse neanche malato, al massimo febbricitante ma quando è così, trovare la cura è difficile, perché a volte è più subdolo il malessere della malattia vera e propria. Come in una casa degli specchi la realtà si deforma, tutto è il contrario di tutto, tanto da far diventare lo Zecchini, uno stadio da trasferta; l’oggettività perde significato e per trovare l’uscita devi saper leggere qualcosa di etereo come un’anima, persino se è quella di un calciatore che sembra giocarti contro.
Zanetti ha scommesso la tranquillità di una panchina famosa con la voglia di calpestare da protagonista l’erba di una provinciale, ogni sabato ha puntato su stesso e ogni sabato ha potuto solo limitare le perdite, finché non arriva il momento in cui i fischi di uno stadio t’inondano la testa, rendendoti conto che in quella gente, che non capisce i tuoi sforzi, rivedi il tuo non capire te stesso, il non comprendere perché, tutto ciò che era facile è diventato quasi impossibile. E’ un attimo, i nervi si tendono, si toccano, ed è corto circuito. Chiedere scusa è la prima cosa che deve fare un uomo che ha sbagliato, ma farlo richiede coraggio, perché spesso non basta: o tocchi l’anima di chi ti ha offeso o inevitabilmente rendi la sua invidia più forte.
Infine Camilli: finché non avrà la certezza di avere un bravo pilota alla guida della sua macchina non potrà mai sapere quanto, da quella macchina, è possibile trarne potenza. Il pilota bravo è quello capace di cogliere nel rombo assordante di un motore la modifica necessaria per farlo correre più forte, ma quello più bravo è anche quello che pretende più soldi, protagonismo e soprattutto garanzie. Troppe richieste per un uomo come Camilli che ha il suo metodo nel scegliere gli allenatori: il suo tecnico tipo non deve solo saper guidare una squadra ma adeguarsi al suo proprietario e al suo modo di essere e di interpretare il calcio; regole chiare e non discutibili. I successi di Camilli sono indubbi e neanche la nebbia densa riesce ad avvolgerli, ma come tutti può sbagliare, solo, che ha differenza della gente comune, le sue sconfitte diventano la delusione di molti altri.
Tre personaggi, come quelli di un romanzo incompiuto, con colpi di scena ancora da raccontare; a noi lettori non rimane che aspettare. Domani potremmo decidere se leggerlo avidamente o dimenticarlo tra la polvere sottile di una libreria, per adesso possiamo solo stringere tra le nostre mani le pagine bianche in attesa delle prime tracce d’inchiostro. .
[Leonardo]
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