“Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso”, lo scrisse De Andrè per descrivere il confine sottile che esiste tra il sogno e la realtà. Un’immagine forte, cruda, che va dritta al cuore, poesia allo stato puro.
Anche io ho un sogno e anche io sono disposto a svegliarmi con la federa sporca pur di realizzarlo.
Il mio sogno si chiama playoff.
Poi magari ci buttano fuori subito, ma io li voglio giocare.
Li devo giocare.
Ho bisogno di (ri)provare l’adrenalina di un pre-partita importante, di quelli che contano.
Di quelli che quando ci pensi, il respiro perde in regolarità.
Emozioni forti che mancano da troppo tempo.
Quella sensazione di stretta alla bocca dello stomaco che non permette alla fame di trovare pretesti, fatta eccezione per un grappino o due…
Quei pre-partita dal sapore amaro di nicotina o di unghie mangiate.
Ma poi, senza starci a girare tanto intorno, ce lo meritiamo e basta.
Per quello che abbiamo fatto vedere fino ad ora, un posto in quel girone infernale deve essere nostro, fosse anche l’ultimo a disposizione, ma deve essere nostro.
Se ci crediamo, tutti insieme, possiamo farcela.
Dobbiamo profondere l’ultimo sforzo per questo finale nemico dell’apatia.
Dobbiamo stringere i denti tutti, nessuno escluso.
Chi non se la sente faccia un passo indietro.
Dobbiamo conquistare con i denti l’obiettivo minimo di questa stagione: giocarsi, contro altre sette, un posticino nella storia di questa città.
Da domenica, e per le prossime dieci partite, chi ci affronterà dovrà avvertire disagio e timore, e magari sentirne il ricordo sulle ossa per qualche giorno.
In campo, correre fino a sudare sangue; sugli spati, cantare fino a sentirne il sapore in gola.
Globuli biancorossi a ribollire nelle vene.
Jim Morrison un giorno disse “dopo il suo sangue, la cosa migliore che un uomo può dare di sé è una lacrima”.
Speriamo sia di gioia.
T&GO








