C’è un modo corretto di raccontare le notizie e ce n’è uno strumentale. In mezzo, purtroppo, ci sta quasi sempre il rumore dei social, dove il giudizio arriva prima dei fatti e le sentenze vengono emesse senza appello. È quello che è successo anche con la recente scomparsa del logo Lamioni Holding dalle maglie della Fiorentina: una vicenda complessa, trattata da molti in modo semplicistico, dando per scontato chi abbia torto e chi ragione.
Raccontare questa notizia esclusivamente in chiave negativa, assumendo automaticamente che la Holding sia dalla parte del torto e che la richiesta della Fiorentina sia legittima, non è informazione: è narrazione orientata. Può darsi che le cose stiano davvero così, ma non è affatto scontato. E soprattutto, finché non ci sono elementi chiari e definitivi, il minimo sindacale sarebbe mantenere equilibrio e prudenza.
In questi giorni qualcuno mi ha chiesto perché non abbia parlato di questa vicenda e perché, più in generale, io “trascuri” le notizie che riguardano presunti debiti delle società riconducibili a Lamioni. Le risposte sono tre, semplici e lineari.
La prima: io parlo dell’US Grosseto, non della Fiorentina. La seconda: se si decide di parlare di debiti, per onestà intellettuale bisognerebbe parlare anche dei crediti. Raccontare solo una metà della storia serve a costruire una tesi, non ad informare. La terza: se si vuole fare un parallelo sulla cessazione di una sponsorizzazione per presunti mancati pagamenti, allora sarebbe corretto ricordare anche come è finita la storia di Distretti Ecologici, sponsor che avrebbe dovuto garantire enormi entrate e un
futuro radioso al Grosseto. Di quello, però, non parla nessuno.
Ed è qui che si arriva al punto centrale: Grosseto è una città che, sportivamente parlando, non sa cosa vuole.
C’è una parte dell’ambiente che continua a “pressare” sull’idea che Lamioni sia in seria difficoltà economica, sostenendo che non si possa stare zitti o fermi a guardare. Ma allora la domanda nasce spontanea: ad una squadra che ha collezionato 53 punti in 22 partite, è sola al comando con sei lunghezze di vantaggio sulla seconda, con un gruppo squadra e un allenatore che trasmettono serenità e solidità, cosa dovrebbe essere criticato oggi?
Perché minare questo equilibrio con continui attacchi mediatici, soprattutto sui social? Cui prodest? A chi giova destabilizzare l’ambiente mentre il campo sta dando risposte inequivocabili?
E soprattutto: qual è l’alternativa? Continuare ad attaccare, alimentando dubbi e sospetti? Oppure fare la cosa più razionale e, forse, più matura: lasciare l’ambiente tranquillo, sostenere la squadra fino al raggiungimento della sospirata promozione in Serie C e poi, a bocce ferme, valutare tutto il resto?
Anche perché oggi nessuno può dire con certezza quale sia la strategia della società. Potrebbe, nonostante le chiacchiere, non avere problemi a concludere questo campionato e a sostenere serenamente il prossimo in Serie C con un progetto ambizioso. Oppure potrebbe già esistere un accordo per una cessione una volta centrato l’obiettivo. Sono tutte ipotesi. Ma sono ipotesi che si valutano dopo, se mai ce ne fosse bisogno, non mentre la squadra corre.
Una cosa però è certa: se si decide di attaccare Lamioni, allora serve un piano “b”. Subito. Chi propone lo scontro deve avere il coraggio di dire quale sarebbe l’alternativa concreta, sostenibile, credibile. Altrimenti non è critica: è solo rumore.
Grosseto deve decidere cosa vuole, sotto il profilo sportivo. Senza ambiguità. O si sta con il Grosseto, tutelandone il presente e il risultato sul campo, oppure si sceglie di stare contro, assumendosene la responsabilità. Quello che non è più accettabile è il gioco dei “falsi tifosi”: quelli che dicono di amare il Grifone mentre, nei fatti, lavorano ogni giorno per indebolirlo.
Perché una città che non sa cosa vuole, alla fine, rischia di perdere proprio ciò che dice di voler difendere.








