Quella del Grosseto, oggi, è una storia che parla di calcio solo in apparenza. Perché sotto la superficie di risultati, classifiche e bilanci, si muove qualcosa di molto più profondo: una frattura sociale, culturale e persino emotiva che attraversa la tifoseria e, più in generale, il modo in cui viviamo le nostre appartenenze.

Da tre anni, da quando il gruppo Lamioni ha rilevato la società, si ripete lo stesso copione. A ogni estate, a ogni difficoltà, a ogni voce di corridoio, c’è chi annuncia con tono grave che “𝗶𝗹 𝗚𝗿𝗼𝘀𝘀𝗲𝘁𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝗿𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗮̀ 𝗮 𝗳𝗶𝗻𝗲 𝘀𝘁𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻𝗲”. È una profezia che si ripresenta puntuale, come un rituale stanco, e che puntualmente ad oggi è stata sempre smentita dai fatti: stipendi pagati, impegni onorati, campionati conclusi. 𝗘𝗽𝗽𝘂𝗿𝗲, 𝗻𝗼𝗻 𝗯𝗮𝘀𝘁𝗮 𝗺𝗮𝗶.

Sia chiaro, chi scrive non ha la sfera di cristallo. Non è in grado di prevedere il futuro dell’Us Grosseto, né può garantire che la società sarà sempre in grado di far fronte a ogni impegno economico o di uscire indenne da questo periodo di difficoltà. Sarebbe disonesto affermarlo. Ma di una cosa è certo, fino a quando esisterà una squadra chiamata Us Grosseto, fino a quando ci sarà una maglia biancorossa da difendere, sarà lì a sostenerla. In casa, in trasferta, nei momenti facili e soprattutto in quelli complicati. Perché 𝗶𝗹 𝘁𝗶𝗳𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝘂𝗻𝗮 𝗴𝗮𝗿𝗮𝗻𝘇𝗶𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶 𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗳𝗶𝗹𝗮 𝗹𝗶𝘀𝗰𝗶𝗼.

Il problema, infatti, non è la critica, che nel calcio, come nella vita, è legittima e spesso necessaria. Il problema è l’atteggiamento. Perché queste voci non nascono dall’amore ferito o dalla preoccupazione sincera, ma da qualcosa di più torbido. Spariscono quando le cose vanno bene. Tacciono quando la squadra vince sul campo. Si eclissano quando la società dimostra, ancora una volta, di essere in piedi. Poi tornano, 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗮𝘃𝘃𝗼𝗹𝘁𝗼𝗶, al primo inciampo sportivo, al primo ritardo, alla prima notizia interpretabile in chiave negativa.

È qui che il tifo smette di essere tifo e diventa qualcos’altro. Diventa un esercizio di autocompiacimento. Diventa la ricerca ossessiva di una conferma personale: “𝘪𝘰 𝘷𝘦 𝘭’𝘢𝘷𝘦𝘷𝘰 𝘥𝘦𝘵𝘵𝘰”. Poco importa se a pagarne il prezzo è il Grosseto, la sua storia, la sua gente. L’importante è vincere una battaglia verbale, sentirsi 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗳𝘂𝗿𝗯𝗶, 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗶𝗻𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘁𝗶, 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗮𝘃𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶.

In questo senso, il parallelo con la società è fin troppo evidente. Viviamo in un tempo in cui il fallimento altrui è spesso vissuto come una rivincita personale. In cui la sfiducia è considerata intelligenza, il pessimismo realismo, il disfattismo lucidità. Sostenere, aspettare, dare credito è visto come ingenuità. 𝗗𝗶𝘀𝘁𝗿𝘂𝗴𝗴𝗲𝗿𝗲 𝗲̀ 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗳𝗮𝗰𝗶𝗹𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗶𝗿𝗲, sospettare più comodo che comprendere.

Così anche il Grosseto diventa un campo di battaglia simbolico. Non c’è più una squadra da sostenere, ma una tesi da dimostrare. Non c’è più una maglia da difendere, ma un ego da nutrire. E chi sceglie di non seguire più la squadra non lo fa sempre per dolore o disillusione, ma perché 𝗵𝗮 𝗱𝗲𝗰𝗶𝘀𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗮 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗽𝗮𝘁𝗶𝗮 𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗲𝘁𝗮̀ 𝘃𝗮𝗹𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗽𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲𝗻𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮.

E allora viene da chiedersi: che tipo di tifosi siamo diventati? È davvero tifo quello che spera di “𝘧𝘦𝘴𝘵𝘦𝘨𝘨𝘪𝘢𝘳𝘦 𝘴𝘶𝘭 𝘤𝘢𝘥𝘢𝘷𝘦𝘳𝘦” del Grosseto pur di avere ragione? O è solo narcisismo travestito da amore per la squadra?

Il Grosseto, come tutte le realtà di provincia, non ha bisogno di santificazioni né di negare i problemi. Ha bisogno di onestà, di spirito critico, ma anche di responsabilità. Perché una squadra di calcio non è solo una società, 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗯𝗲𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗹𝗹𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗼, 𝘂𝗻 𝗽𝗲𝘇𝘇𝗼 𝗱𝗶 𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮̀ 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝘀𝗮. E chi gode delle sue difficoltà, chi le amplifica, chi le usa come clava per colpire gli altri tifosi, forse non è tifoso del Grosseto. Forse 𝗲̀ 𝘁𝗶𝗳𝗼𝘀𝗼 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗲 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗼.

Alla fine, il campo continuerà a dare le sue risposte. I conti, nel bene e nel male, verranno fatti. Le stagioni finiranno, intanto che le profezie si accumulano e svaniscono. Resta una domanda, però, che va oltre il calcio: 𝘪𝘯 𝘶𝘯 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘦𝘮𝘣𝘳𝘢 𝘢𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘪𝘭 𝘱𝘳𝘰𝘴𝘴𝘪𝘮𝘰 𝘤𝘳𝘰𝘭𝘭𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘳𝘴𝘪 𝘭𝘦𝘨𝘪𝘵𝘵𝘪𝘮𝘢𝘵𝘰, 𝘴𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘤𝘢𝘱𝘢𝘤𝘪 𝘥𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘦 𝘥𝘪 𝘤𝘪𝘰̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘳𝘦𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦? 𝘖 𝘱𝘳𝘦𝘧𝘦𝘳𝘪𝘢𝘮𝘰, 𝘤𝘰𝘮𝘰𝘥𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦, 𝘢𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘢𝘥𝘢 𝘱𝘦𝘳 𝘥𝘪𝘳𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘷𝘦𝘷𝘢𝘮𝘰 𝘳𝘢𝘨𝘪𝘰𝘯𝘦?

𝗔 𝘃𝗼𝗶 𝗹𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮.