Sono passati circa otto mesi da quando il Grosseto affrontò in trasferta l’allora capolista Viterbese Castrense. In quell’occasione si mobilitarono quasi settecento tifosi maremmani che sfidarono anche il maltempo, rimanendo per tutti e 90 i minuti a cantare sotto un’incessante pioggia. La posta in palio era alta, ovvero la possibilità di riagganciare la Viterbese e continuare così a sperare nella vittoria finale del campionato. In realtà però ciò che spinse così tanta gente a raggiungere l’Enrico Rocchi non fu tanto l’evento sportivo quanto la voglia di dimostrare, a chi pochi mesi prima ci aveva abbandonati al nostro destino, cosa in realtà si fosse perso sia in termini di colore che in termini di numero. C’era soprattutto la voglia di dimostrare la propria consistenza come tifoseria, tutto il proprio orgoglio e far vedere che nonostante tutto e tutti, noi eravamo sempre lì “attaccati a quella rete”, in un campionato dilettantistico, ma pur sempre presenti. Cosa è cambiato dopo soli otto mesi? Ieri c’era nuovamente da dimostrare tutto quell’orgoglio e quell’attaccamento ai colori biancorossi. L’interlocutore era diverso, ma lo scopo, il senso, erano gli stessi di otto mesi fa. Ieri ha vinto Pincione e tutti quelli che pensano che una squadra di calcio appartenga prima di tutto al suo presidente e non ai tifosi. Ieri la gente ha scelto di rimanere a casa nonostante una “trasferta” definita tale solo dal calendario e nonostante che i soldi del biglietto non finissero nelle tasche della Fc Grosseto. Continua dunque la protesta di chi ha scelto di abbandonare lo stadio sia in casa che in trasferta, una protesta che fa male solo al Grifone e a chi soffre nel vederlo ridotto in questo modo.








