C’è una sensazione sottile, quasi impercettibile, che aleggia intorno al Grosseto calcio. Non è rabbia, non è disillusione. È 𝗽𝗮𝘂𝗿𝗮. Una paura silenziosa, spesso 𝘴𝘶𝘣𝘥𝘰𝘭𝘢, che non fa rumore come una contestazione ma che pesa forse di più, perché si insinua nelle chiacchiere da bar, nei commenti sui social, sugli spalti dello 𝗭𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗻𝗶. È la 𝗽𝗮𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗳𝘂𝘁𝘂𝗿𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗲𝘁𝗮̀. E il paradosso è che questa paura rischia di rubarci il presente.
Il Grosseto oggi è qui. È una squadra che 𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮, che scende in campo ogni domenica, che sta vivendo 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘁𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲, una cavalcata che dovrebbe essere accompagnata con orgoglio e partecipazione. E invece spesso viene vissuta con sospetto, come se ci fosse sempre qualcosa di più importante da temere rispetto a ciò che sta accadendo sul campo.
Basta allargare lo sguardo fuori dai confini cittadini per accorgersi di quanto 𝗚𝗿𝗼𝘀𝘀𝗲𝘁𝗼, sotto questo aspetto, sia un’eccezione. In tante altre piazze si respira 𝗲𝗻𝘁𝘂𝘀𝗶𝗮𝘀𝗺𝗼, attaccamento viscerale alla squadra, una difesa quasi 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 del progetto sportivo. Le difficoltà non vengono negate, ma vengono messe in secondo piano rispetto all’obiettivo principale: 𝘀𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗮𝗰𝗰𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗾𝘂𝗮𝗱𝗿𝗮.
Un esempio emblematico arriva da 𝗣𝗿𝗮𝘁𝗼. I numeri dicono che i lanieri sono distanti ben 𝟭𝟯 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗶 dal Grosseto in classifica. Eppure l’ambiente è compatto, carico, orgoglioso. La stampa locale 𝗳𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗱𝗿𝗮𝘁𝗼 intorno alla squadra, non lesina complimenti, alza scudi, difende a spada tratta e, quando serve, 𝘀𝗯𝗲𝗳𝗳𝗲𝗴𝗴𝗶𝗮 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝘀𝗮𝗿𝗶. Anche noi. Anche per le poche presenze allo stadio, trasformate in un’arma dialettica più che in uno spunto di autocritica.
A Grosseto, invece, accade spesso l’opposto. Una piazza che deve ancora crescere, 𝗲 𝗺𝗼𝗹𝘁𝗼, sotto il profilo della mentalità. Una piazza che troppo spesso si rifugia in un atteggiamento provinciale: invece di chiudersi intorno alla squadra, di accompagnarla, di proteggerla nel momento in cui sta costruendo qualcosa di bello, preferisce spostare l’attenzione su questioni che con il calcio giocato c’entrano poco o nulla.
Fa più notizia parlare dei problemi del 𝗰𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼 𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁𝗶𝘃𝗼 che del campo. Più delle querelle economiche e finanziarie che dei risultati. Più di ciò che 𝗽𝗼𝘁𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗮𝗻𝗱𝗮𝗿𝗲 𝘀𝘁𝗼𝗿𝘁𝗼 che di ciò che 𝘴𝘵𝘢 𝘧𝘶𝘯𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘯𝘥𝘰. Tutto legittimo, per carità. Ma tutto fuori tempo massimo, se diventa l’unica lente attraverso cui si guarda il Grosseto, 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗚𝗿𝗼𝘀𝘀𝗲𝘁𝗼.
Il risultato è uno Zecchini spesso freddo, distaccato, incapace di trasformarsi in un 𝘃𝗮𝗹𝗼𝗿𝗲 𝗮𝗴𝗴𝗶𝘂𝗻𝘁𝗼, fatte le dovute eccezioni per un paio di partite. Una squadra che corre, lotta, 𝘃𝗶𝗻𝗰𝗲, ma che raramente sente alle spalle una spinta davvero collettiva, quantomeno non come dovrebbe. E questo, nel calcio, 𝗽𝗲𝘀𝗮. Eccome se pesa.
C’è poi il capitolo, delicato ma inevitabile, dei 𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮 𝗹𝗼𝗰𝗮𝗹𝗶. L’impressione è che le sorti calcistiche del Grosseto non siano sempre al centro dell’attenzione come meriterebbero. Ma questa, appunto, è un’altra storia. O forse no. Perché anche il 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗼 di una squadra contribuisce a costruirne l’identità, l’entusiasmo, il senso di appartenenza.
La paura per il futuro di una società è comprensibile. Grosseto poi ha già pagato 𝗽𝗿𝗲𝘇𝘇𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗶 in passato. Ma vivere costantemente proiettati su ciò che potrebbe accadere significa non vivere mai davvero ciò che 𝗮𝗰𝗰𝗮𝗱𝗲. Significa non concedersi una gioia, una domenica serena, un applauso senza riserve.
Il Grosseto non chiede 𝗳𝗶𝗱𝗲𝗶𝘀𝗺𝗶 𝗰𝗶𝗲𝗰𝗵𝗶. Chiede sostegno, partecipazione, presenza. Chiede una piazza che cresca insieme alla squadra, che impari a 𝗱𝗶𝗳𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗹𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗲, anche fuori dalle mura della città, e a criticarla quando è giusto, ma sempre partendo da un presupposto fondamentale: 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗺𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗲̀ 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮.
Forse è arrivato il momento di smettere di avere paura del domani e di tornare a vivere 𝗹’𝗼𝗴𝗴𝗶. Perché il presente del Grosseto, con tutti i suoi limiti e le sue potenzialità, è qualcosa che merita di essere accompagnato. 𝗜𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲.








