Sul finire dell’allenamento biancorosso, grazie a Iapaolo formato cicerone, è stato possibile fare quattro passi sul terreno di gioco in direzione l’area di rigore sotto la curva nord. Quello che appare dall’alto della tribuna, o da bordo campo, non rappresenta la realtà. In mezzo, oltre a lunghe strisce di deserto, il fondo è molle, appiccicoso, colloso. L’area di porta rende l’idea di un luogo abbandonato e mostra scorci dimenticati e paludosi. “Ad agosto quando siamo arrivati – delucida il dirigente – era molto meglio e non pioveva da almeno un mese”. A conforto delle parole spunta una foto di Iapaolo scattata in mezzo alle due panchine, fuori dal campo, allora ricco d’erba verde. Il manto del comunale, in un passato remoto un vanto cittadino per la cura l’aspetto, il colore, adesso è malinconico, privo di vita. Una situazione da cancellare il più in fretta possibile.
Il Grosseto nuovamente a lavoro
Il dopo Viterbo e il futuro chiamato Arzachena si concentra sull’erba dello Zecchini. Atmosfera lineare dove spuntano corroboranti le risate di Pincione, Iapaolo e altri addetti ai lavori. Comunque la sconfitta patita al Rocchi resta sotto traccia, spunta nei discorsi a bordo campo, svolazza tra i gradoni, atterra nell’azzurro della pista. Fa male. Negarlo sarebbe una bugia, un chiudere gli occhi alla realtà, fare lo struzzo. Fa male. In campo lavorano Orlandi, il secondo Bifini, una truppa di giocatori che non hanno partecipato alla sfida di domenica, gli altri sono in piscina. Al loro posto anche Fei e Pieri. Il presidente è seduto su una panchina, Chechi osserva la seduta. Ranghi ridotti, campo ridotto con partitella intensa e finale da gustare. Gagno in porta, Bifini dal limite a tempestarlo di palloni disegnati da piedi ancora brillanti. Un duetto spettacolare osservato con attenzione e in silenzio. Orlandi ha conosciuto la prima sconfitta della sua gestione ma ha visto un Grifone tenace, spinto dallo spirito giusto confezionare una ripresa da arrembaggio piratesco. “L’ho detto ai ragazzi. Ripartiamo da questo aspetto” ha sussurrato brevemente mentre guardava il campo. Con l’Arzachena il Grifone vivrà la quarta giornata del suo personale campionato lungo 11 turni. La matematica dice che battere i sardi vorrebbe dire guadagnare due punti rispetto all’andata (9 invece di 7). Strano ma reale. Con la cima distante occorre procedere passo dopo passo senza guardarsi intorno. Battendo il Rieti il Cynthia ha confermato come nessuno è immune da cadute e come le sorprese stazionano dietro l’angolo. Poi occorre crederci in maniera livellata, tutti insieme senza la minima crepa. Il popolo si è ritrovato, la squadra fisicamente non ha nulla da invidiare a nessuno, il team è affiatato, il cammino non è finito.
Un comunicato stampa del sodalizio ha smentito che esista un caso Zotti dopo l’esclusione dal match del Rocchi e che il prepartita non è stato turbato da nessun episodio spiacevole all’interno dello spogliatoio biancorosso.
I pantaloni di domenica scorsa
Sono al bar e ordino un caffè. Mi frugo distratto nei pantaloni in cerca di qualche soldo. Dalla tasca posteriore, con un gesto meccanico, tiro fuori un pezzo di carta spiegazzato e scolorito. Lo apro incuriosito e sopra c’è scritto “Curva. Stagione 2015/2016”: un leone stilizzato dai colori gialloblu mi ringhia contro nell’angolo in alto a destra mentre, in basso, una placida pecora fa bella mostra di se contro un arco tricolore.
Avverto un istintivo disagio, involontario e fulmineo. Realizzo che nella fretta della mattina ho fatto confusione: i pantaloni che ho addosso sono quelli di domenica scorsa. Li guardo meglio: sono spiegazzati e poco presentabili. Ci passo sopra con una mano e li sento ancora zuppi di un’acqua che non ne voleva sapere di smettere. I ricordi iniziano a scorrermi in testa. Vedo i pullman posteggiati sotto la curva ospite, vedo gli ombrelli, le sciarpe, i colori e le pozze di fango. Sento la mia gente che si chiama quando si passa vicina, quasi scontrandosi, perché resa irriconoscibile da cappucci, sciarpe e cappelli. Sento i cori, le urla e i sussulti della Nord in trasferta. Ripercorro i gradoni ad uno ad uno e mi giro intorno dove c’è solo biancorosso, ci sono solo bandiere zuppe che fanno fatica a sventolare. Guardo le facce che mi circondano, saluto chi conosco meglio, mentre sorrido timidamente a chi c’era prima di me e con cui ho meno confidenza. La curva, con il suo entusiasmo, mi spinge a guardare avanti verso un acquitrino che dovrebbe essere il campo. Undici maglie rosse si danno tremendamente da fare per riaprire un campionato che ci sta sfuggendo di mano. Quasi non capisco chi è sceso in campo ma non mi importa. Guardo più in alto e c’è una tribuna vestita a festa, quella delle grandi occasioni. Sento le offese e i cori di scherno, avverto rancore sincero, bisogno di rivalsa covato sotto le ceneri. Mi sembra di scorgere gli occhi iniettati di sangue di chi ci odia come si odiano i figli illegittimi: quelli che hanno indebitamente consumato e monopolizzato le attenzioni dei genitori per anni. Siamo importanti, siamo scomodi. Lo avverto nell’aria, lo sento nei nostri gesti, nei canti di una curva che non smette un attimo di incitare e di spingere con passione e abilità. Siamo cresciuti. Siamo forti e indipendenti, capaci di camminare con le nostre gambe e, di nuovo, consci della nostra forza e della nostra storia. Perdiamo sul campo e forse perderemo il campionato ma non possiamo fare altro che cantare a squarciagola il nostro inno. I versi rimbombano forte nelle orecchie e si disperdono nell’aria, diretti verso chi, magari controvoglia, non può fare a meno di sentirli e rendersi conto di quanto grande rimanga il nostro cuore pur essendo stato spezzato e tradito in modo ignobile. Questa era la partita che serviva per capire e per prendere coscienza: definitivamente. Oggi chiudiamo i rapporti in modo netto, preciso, indelebile. Un padre sicuramente importante ma troppo ingombrante e padrone che forse solo da qui, sugli spalti del suo circo, potevamo vedere spoglio di tutto con la dovuta obiettività. Il futuro però non mi fa paura perché me lo immagino tra la mia gente, quella stessa che è venuta fin quaggiù nei pullman o nelle auto, con i tortelli fatti da mamma o prenotando al ristorante per mangiare con gli amici. Quella con il cuore grande come una casa. Siamo tanti e lo saremo ancora di più perché ci meritiamo, questa volta davvero, qualcosa di importante che prima o poi arriverà.
La cassiera mi guarda storta, ho fatto un bel po’ di fila dietro di me. Ricambio lo sguardo e le dico sorridendo “mi scusi ma ho i pantaloni di domenica scorsa”. Chiaramente non ha la minima idea di che cosa stia parlando. La cosa di cui però non avrà mai davvero la minima idea è quello che si è persa a non essere stata, domenica scorsa, insieme a Noi di Grosseto.
Ricordi, domande e rigori
L’ammaraggio sul “Rocchi” di Viterbo non è stato morbido. Pioggia a parte. Il signore osserva gli accrediti, ci conduce in tribuna indicando due poltroncine nella parte bassa del settore. “Siamo una radio, occorre stare al coperto e magari una presa di corrente” specifico cercando qualche approvazione nel volto dell’accompagnatore. “Chieda a qualcuno nella parte superiore” risponde mentre si allontana. In alto tutti i colleghi di Grosseto stazionano davanti alla porta chiusa a chiave di un box. “Hanno detto che dobbiamo metterci qui dentro” mi spiegano. Siamo in sette, sono circa le 14. Dopo ci viene detto che siamo all’ultimo box. Apriamo, ci salutano tre sedie, due prese di corrente. Stop. Il muretto che ci separa dal tifo locale diventa la preziosa scrivania dove alloggiare i pc, stendere fogli e penne. Sono circa le 14,10. Quindi il pensiero arriva alle formazioni non ancora in nostro possesso. Esco, chiedo, apro porte. La risposta è una sola: “Finite, sono state consegnate a tutti”. Tutti? Sono le 14,18. Se ne intravede una, scattano le foto dei cellulari, di corsa nel box a trascriverle. Sono le 14,25. Quasi davanti si vede la curva ospiti ricca di biancorosso, tifo e calore il campo si guarda in diagonale. Piove, il campo è una risaia tipo Vietnam, il lago sotto la tribuna ricama il panorama, manca la barca e la canna da pesca. Non c’è bisogno di parlare all’interno del box, adesso si lavora, nessuna polemica, nessun reclamo, nessuna parola di troppo. Questione di esperienza accumulata in ambienti molto più in alto. La stranezza, forse unica in Italia, è che l’uomo che ci ha dato per esempio Marassi, San Paolo, Dall’Ara, adesso è avversario in serie D. Ma la gara inizia allontanando quesiti ancora senza risposte certe, assopendo sensazioni non ancora sopite. Il popolo del Grifo canta alle nuvole, asciuga il Rocchi, riscalda occhi e anime. Sono in tanti, sono davvero tanti. Bagnati, zuppi, gocciolanti, sicuri del loro compito, saldi nel loro credere alla maglia. In campo nascono scie d’acqua, spruzzi di fontane, le rive del lago si allargano, Lavopa rischia di sparire nei flutti. Invernizzi indovina il buco insaccando la sfera dal basso in alto. Al contrario della pioggia incessante, al contrario dell’amore per la maglia, l’orgoglio e la voglia di esserci. Ma il popolo non abdica, anzi moltiplica la sua presenza come l’acqua ormai a livello di guardia. Dal box tutto quel biancorosso addolcisce lo spirito, spiana la delusione dell’accoglienza, fa sorgere il sole. Olivieri da fuori area non c’entra la porta, Nappello si fa respingere il pallone. Tanto Grifone nella ripresa, tanto e bravo nel costruire azioni palla a terra sulle acque, nel comprimere i bianchi nei loro territori, nello spingere con forza e caparbietà. La sfera colpisce un braccio vestito di bianco in area, la terna di Fermo resta ferma ad ascoltare la voce unisona del settore ospiti, che benedice la loro non decisione. Finisce qui. Dall’ammaraggio al decollo dal Rocchi, sconfitti ma consapevoli che quella gente non fa mai distinzioni tra Marassi, San Paolo e dall’Ara e Viterbo in serie D. Dove c’è il Grifone c’è sempre il sole.
Storia di un portiere
Conosco Roberto Pini da quando giocava nei Giovanissimi del Saurorispescia. L’ho visto crescere calcisticamente, maturare, diventare bravo, indossare con gioia la maglia del Grifone, portare la borsa dell’unione sportiva a testa alta. Fino al 30 giugno 2015. In quelle ore Pini era disperato, il suo Grifone era stato annullato, la sua porta cancellata, i sogni spariti, flagellati dalla decisione finale dell’uomo che, dopo qualche giorno, lo chiamò alla Viterbese Castrense per difendere nuovi pali in serie D. In quel momento il Grifone non esisteva, il futuro era traballante come un trampolino. Roberto vuole essere portiere. Da svincolato prese il suo cartellino e andò al Rocchi dove è stimato e corteggiato da società importanti. Adesso lo aspetta anche la Viareggio Cup nella selezione di serie D. Piaccia o no la sua decisone va rispettata. I desideri personali, i sogni nel cassetto, non possono andare dietro le vicende di una società, anche se l’artefice del disastro e della sua ripartenza combaciano. Questo sono scherzi del destino a cui Roberto non ha voluto sottostare. Non ha tradito niente e nessuno, segue solo il calore dei sogni, il richiamo naturale di essere portiere. La tristezza di non indossare la maglia biancorossa può attendere. Tutto il resto è solamente retorica priva di significati.
Le voci del comunale Rocchi
Camilli: “Successo importante con una squadra importante. Adesso no dobbiamo abbassare la guardia. Oggi il campo era impossibile e ha mortificato le qualità tecniche delle avversarie. I 22 i campo devono essere applauditi per avere lottato senza riserve. Adesso il Grosseto è quasi fuori. Questi campionati si vincono con la giusta rabbia. Mi aspettavo questo tipo di sfida fata di durezza e forza fisica. Noi, dopo avere allontanato qualche mela marcia, adesso siamo un gruppo sano, per questo ho gratificato i ragazzi con un regalo personale. La Viterbese ha un grande portiere come Pini e chiederemo il rinvio della gara con il Rieti del 20 marzo visto che Pini sarà impegnato con la Viareggio Cup”.
Orlandi: “Avremmo meritato di più perché abbiamo creato bel gioco su un terreno decisamente allagato. Avverto rabbia non delusione, i ragazzi non hanno nulla da rimproverarsi. La matematica no ci condanna, esiste ancora spazio per cercare di ritornare in alto. La partita è stata maschia, fisica e sono consapevole che i più penalizzati dal campo siamo proprio noi. Recuperare era difficile ci abbiamo provato specialmente nella ripresa dove abbiamo dimostrato di essere bravi fisicamente e tatticamente. Infine l’arbitro non ha visto un calcio di rigore per un tocco con il braccio in area di rigore. L’esclusione di Zotti è di natura tecnica, un campo in queste condizioni lo avrebbe penalizzato. La regola vale per tutti e per tutte le restati 8 giornate. I ostri tifosi sono stati encomiabili scaldando la squadra con la loro innata passione. Di Gennaro è uscito per una forte contusione muscolare”.
Olivieri: “C’è rabbia per questa sconfitta, un pareggio sarebbe stato in linea con l’andamento della gara. Tutti noi abbiamo fatto il massimo, il gol decisivo è scaturito dal classico episodio contrario. Ma restiamo decisi a continuare a mordere il campionato”.
Pincione: “L’arbitro non era assolutamente all’altezza della partita, noi siamo migliori della Viterbese Castrense, siamo i migliori del girone. Il pari sarebbe stato più equo e preciso. Il rigore era netto, ma nessuno lo ha visto. Oggi tutti noi abbiamo trovato ad accoglierci un clima ostile. Non ci arrendiamo non è ancora finita”.
Viterbese Castrense Vs Grosseto: le pagelle
GAGNO 6,5: salva la porta nel primo tempo su Bernardo con un grande intervento. Sempre attento sulle palle inattive, con buone uscite. Non ha grosse colpe sul gol incassato.
LIBUTTI 6,5: spinge con continuità nella ripresa, arrivando più volte al cross. Meno intraprendente nel primo tempo.
UNGARO 6: fa valere il fisico nei corpo a corpo con gli avversari, cresce come tutta la squadra nella ripresa.
DI GIORGIO 6: gioca pulito, guida la difesa con sicurezza a parte l’episodio del gol, quando la sua retroguardia si fa sorprendere.
(83° PATIERNO s.v.): entra in campo negli ultimi minuti e per poco non trova il pareggio con un gran gol proprio nell’ultima azione di gioco.
SCHETTINO 6,5: si esalta su un campo difficile, vince molti duelli con gli avversari e cerca di spingere sulla sinistra. Rimedia un cartellino giallo ingiusto perché nell’occasione non tocca l’avversario.
OLIVIERI 6,5: per lunghi tratti è il migliore del Grosseto, si esalta sul terreno di gioco inzuppato, portando in avanti il pallone con lucidità e tecnica. Peccato per il gol sbagliato nel secondo tempo quando ha campo libero dopo un mancato intervento di Fè.
NICHELE 6: fa valere il suo fisico su un campo difficilissimo, giocando di esperienza.
VACCARO 5,5: soffre tremendamente il campo pensante soprattutto nel secondo tempo. Cresce un po’ nella ripresa, ma non abbastanza.
(80° CREMONINI s.v.): cambio tardivo, non ha tempo per incidere.
LAVOPA 6: il campo inondato d’acqua ne limita tremendamente le giocate, ma nel secondo tempo crea alcune buone occasioni e per poco non porta il Grosseto al pareggio.
PALUMBO 5: sulla carta il campo pesante dovrebbe far emergere la sua forza fisica, in realtà finisce spesso ingabbiato dalla difesa della Viterbese. Ha una sola vera opportunità da gol, ma calcia debolmente su Pini in uscita.
DI GENNARO 7: gioca un primo tempo di gran livello, si esalta sui colpi di testa e nella difesa del pallone, per far salire la squadra. Disegna un buon traversone per Palumbo e ci prova anche da lontano, poi viene toccato duro su un contrasto ed è costretto ad abbandonare le ostilità.
(48° NAPPELLO 5,5): nella partita di andata siglò il pareggio con un colpo di testa sotto misura, stavolta ha una buona occasione sul destro, ma calcia su Pini.
Viterbese Castrense Vs Grosseto 1-0 (1-0)
La Viterbese risolve la partita nel primo tempo, Grosseto superiore nella ripresa
Viterbese vs Grosseto in diretta radiofonica su Radio Onda Biancorossa
Oggi pomeriggio, a partire dalle ore 14:30, Giancarlo Mallarini e Riccardo Coen vi racconteranno la radiocronaca di Viterbese vs Grosseto.
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