Scrivere di questa vicenda non è semplice. Non lo è per chi fa informazione, non lo è per chi tifa, non lo è per chi vorrebbe limitarsi a raccontare il calcio e si ritrova invece a camminare su un terreno dove ogni parola può trasformarsi in uno scivolone pericoloso. Perché quando entrano in gioco atti amministrativi, comunicati ufficiali, rapporti bancari e annunci di azioni legali, non sempre è possibile dire tutto. E allora vale la pena provare a raccontare questa storia da un altro punto di vista.
Provo a farlo come la racconterebbe uno che non sa nulla di ciò che accade dietro le scrivanie, dentro i palazzi, nei luoghi dove si prendono decisioni. Uno che osserva soltanto ciò che è accaduto a Grosseto negli ultimi 25 anni, mettendo in fila i fatti così come li ha vissuti la città, la piazza, la tifoseria.
Negli ultimi giorni il caso del centro sportivo di Roselle è esploso pubblicamente. Da una parte il Comune di Grosseto, che ha motivato le proprie decisioni richiamando atti, concessioni e l’interesse pubblico. Dall’altra l’US Grosseto, che ha espresso la volontà di tutelarsi nelle sedi competenti, rivendicando il lavoro svolto sull’impianto e il valore sportivo e sociale di quel progetto. In mezzo, la posizione della Banca della Maremma (Banca Tema), espressa attraverso comunicazioni formali che fanno riferimento a rapporti contrattuali e a valutazioni di natura economica. Fino ad arrivare alle querele, ai tribunali.
Questi sono i fatti, così come emergono dalle dichiarazioni ufficiali. Ma chi vive il calcio sa che c’è sempre un livello più profondo, che non entra nei comunicati ma pesa molto di più.
Un film che a Grosseto abbiamo già visto
Se guardo indietro, vedo una città che ha già attraversato stagioni simili.
Con Piero Camilli, il Grosseto è rimasto in piedi per tanti anni. Certo, grazie ai risultati sportivi, ma soprattutto perché esisteva un legame forte con una larga parte della tifoseria. Quando una società vince e viene percepita come “nostra”, anche le frizioni diventano gestibili e i non troppo velati attacchi esterni sono sempre tornati al mittente.
Poi arrivò Pincione. Al netto di tutti i giudizi possibili sulla solidità economica e sulle dichiarazioni di quel periodo, con promesse non mantenute, resta un fatto storico: il rapporto con l’amministrazione comunale degenerò fino a uno scontro durissimo, con lo stadio che diventò oggetto di contenzioso e, di fatto, di chiusura. Una situazione paradossale, resa possibile anche da un elemento decisivo: la tifoseria aveva voltato le spalle alla società. E quando questo accade, qualsiasi decisione istituzionale, anche la più drastica, trova terreno fertile e poche resistenze, quando la tifoseria molla, la città istituzionale può permettersi decisioni dure senza pagare un prezzo sociale. Anzi, a volte con l’applauso.
Con Simone e Mario Ceri, almeno nella percezione esterna, il rapporto con la piazza tornò compatto. E finché quella compattezza è esistita, il Grosseto ha resistito, ha navigato, ha tenuto la rotta. La prima vera crepa, per molti, è arrivata nel momento della prima cessione: quando la fiducia ha iniziato a sfilacciarsi.
Con Di Matteo e Guida, invece, la società non ha mai avuto davvero la tifoseria dalla propria parte. E qui il calcio diventa spietatamente semplice: senza credito popolare, ogni difficoltà raddoppia il suo peso. Le contestazioni arrivano prima ancora dei problemi strutturali.
Su Giovanni Lamioni non serve aggiungere molto. La città sa. E sa quanto possano essere logoranti le stagioni in cui il distacco tra club e ambiente diventa un abisso.
La vera costante: senza la tifoseria, il Grosseto resta solo
Se uno osserva questa storia senza pregiudizi, una costante emerge con chiarezza: le società che hanno avuto la tifoseria dalla loro parte hanno resistito. Quelle che l’hanno persa, sono crollate. Non per una questione ideologica, ma per un motivo molto concreto: quando una piazza è compatta, diventa difficile isolare il club. Quando la piazza si divide o si disinteressa, il club resta solo. E da solo, il Grosseto ha sempre pagato prezzi altissimi.
Ecco perché oggi serve grande attenzione. Perché trasformare questa vicenda in uno scontro frontale tra istituzioni e società non porta a nulla di buono. Comune e banca hanno strumenti, strutture, tempi lunghi. Il Grosseto no. Il Grosseto è una squadra di calcio, con un settore giovanile, dei dipendenti, dei ragazzi che si allenano ogni giorno e una città che la domenica vuole riconoscersi in una maglia.
È il momento di una posizione netta. Ma intelligente.
Sì, probabilmente è arrivato il momento che la tifoseria prenda una posizione chiara. Ma chiara non significa urlata, né tantomeno irresponsabile. Non significa cercare nemici, né alimentare tensioni che poi ricadono sempre sugli stessi.
Significa una cosa sola: proteggere il Grosseto, chiedendo con forza:
- dialogo vero, non a colpi di comunicati;
- trasparenza, nei limiti di ciò che è possibile dire;
- soluzioni concrete, perché Roselle non può diventare il campo di battaglia dove perdono tutti.
E soprattutto significa questa frase qui, che dovrebbe stare scritta all’ingresso dello Zecchini e del centro sportivo: il Grosseto viene prima di tutto. Anche delle antipatie. Anche delle simpatie. Anche dei giochi di posizione.
Perché a forza di ripetere lo stesso film, prima o poi si finisce per non avere più nemmeno il cinema.